Sticker con la faccia di un amico: quando lo scherzo diventa reato
Ha trasformato la foto di un conoscente in uno sticker per WhatsApp, ma la “vittima” dello scherzo non l’ha presa bene. Ora teme una querela. Cosa rischia davvero? L’avvocato penalista Simone Labonia, del foro di Milano, spiega a Il Salvagente dove finisce il divertimento e inizia la materia penale.
Sticker personalizzati: il successo (e il rischio) dell’era dei meme
Telegram prima, WhatsApp dopo, hanno trasformato la creazione di sticker in un gioco da ragazzi: basta un’app gratuita, una foto rubata dal profilo Facebook o Instagram e, in pochi tap, il volto di un amico può diventare un emoji da inondare nei gruppi. Secondo una ricerca di Statista, ogni mese vengono condivisi oltre 2 miliardi di sticker solo su WhatsApp, e il 37% degli italiani dichiara di averne creato almeno uno con la faccia di qualcuno.
Quasi sempre si tratta di momenti di spensieratezza, ma quando l’oggetto dello scherzo si sente esposto o ridicolizzato, la questione può incrociare il Codice Penale.
Reati possibili: da che cosa è tutelato il “volto” di una persona
«Il primo capitolo da sfogliare è l’art. 595 c.p. – spiega Labonia – la diffamazione. Se lo sticker è accompagnato da battute offensive, insulti o sottotitoli che possano ledere la reputazione, scatta il reato, punibile fino a un anno di reclusione o con una multa fino a 1.032 euro». Ma non è l’unico profilo.
- Art. 10 legge 633/1941 – violazione del diritto d’autore sulla fotografia: la fotografia è tutelata come opera creativa, anche se scattata con lo smartphone. Usarla senza consenso può costare il risarcimento del danno.
- Art. 167 D.Lgs. 196/2003 – trattamento illecito di dati personali: il volto è un dato biometrico. Se lo si diffonde senza base giuridica, la sanzione va da 5.000 a 120.000 euro.
- Art. 612-bis c.p. – stalking: se lo sticker viene reiterato, perseguita la vittima o la mette in soggezione, si rischiano fino a 6 anni di carcere.
- Art. 640-ter c.p. – pornografia revenge: nel peggiore dei casi, se la foto è ritoccata in chiave sessualmente esplicita, la pena arriva a 4 anni.
Il “consenso” è la chiave di volta
In ambito europeo, il GDPR ha rafforzato il concetto: ogni trattamento di immagini che consenta l’identificazione di una persona richiede il consenso espresso. Mancando tale consenso, la persona offesa può agire in tre modi:
- Diffida formale: richiesta di rimozione e cessazione inviata da avvocato.
- Querela penale: davanti al pubblico ministero per i reati suddetti.
- Risarcimento civile: il danno non patrimoniale per l’imbarazzo può essere valutato anche 5-15 mila euro.
Come difendersi prima che lo scherzo diventi un incubo
Labonia consiglia quattro mosse preventive:
- Chiedere il permesso: un semplice messaggio «ti va se faccio uno sticker?» evita il 90% dei problemi.
- Evitare contesti offensivi: niente frase volgari o allusioni alla sfera privata.
- Limitare la diffusione: usare lo sticker solo nei gruppi ristretti dove la “vittima” è presente e può contestualizzare.
- Rimuovere tempestivamente: se la persona chiede di toglierlo, farlo immediatamente riduce la responsabilità.
Cosa fare se si riceve una diffida o una querela
«La prima regola è non minimizzare» avverte il penalista. «Raccogliere subito le prove (screenshot, cronologia chat, testimoni) e rivolgersi a un avvocato specializzato in diritto dell’informatica e privacy». In molti casi, un risarcimento tempestivo e una lettera di scuse consentono di patteggiare e ottenere la non menzione nel casellario giudiziario.
Conclusione: libertà di scherzo vs. diritto all’immagine
La tecnologia rende la barzelletta facile e immediata, ma il confine tra satira e offesa è labile. La tutela dell’onore e della privacy è nella Costituzione (artt. 2 e 15) prima ancora che nel Regolamento Ue. Prima di cliccare “salva sticker”, vale la pena chiedersi: «Se lo vedessi con la mia faccia, sorriderei davvero?». Se la risposta è no, meglio lasciare la foto nel cassetto e scegliere uno dei tanti meme già pronti. Così l’unica “denuncia” che arriverà sarà forse un’emoji di fuoco, ma non una convocazione in procura.
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