Addio a Umberto Bossi: morto a 84 anni il fondatore della Lega
È morto Umberto Bossi, il fondatore e storico leader della Lega Nord, per tutti semplicemente “il Senatur”. Aveva 84 anni: li avrebbe compiuti il prossimo settembre. La sua scomparsa, avvenuta nella notte, getta nel lutto l’intero mondo politico italiano, dal centrodestra al centrosinistra, perché la sua figura ha attraversato — e spesso determinato — quarant’anni di storia repubblicana.
Il romantico autodidatta che rivoluzionò il centrodestra
Bossi nasce il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, in una famiglia operaia. Abbandona presto gli studi per lavorare come tecnico industriale e più tardi come insegnante di fisica in un istituto professionale, ma la sua passione è la politica: «Una scienza esatta, se sai leggere i numeri della pancia della gente», amava dire.
Dalla Comunione e Liberazione alla fondazione della Lega
Negli anni Settanta entra in Comunione e Liberazione, poi nel 1979 — insieme a Bruno Salvadori e Franco Castellazzi — dà vita al Movimento Autonomista Padano. Nel 1984, dopo l’esperienza del Partito Autonomista Lombardo, fonda la Lega Lombarda e, l’anno successivo, la Federazione della Lega Nord con l’obiettivo di ottenere maggiore autonomia fiscale e legislativa per il Nord Italia.
Il leader del «fiscal federalismo» e della rivoluzione anti-Roma
Con le sue espressioni colorite («Roma ladrona», «la Padania esiste», «il lavoro che ci rubano») e la sua tribuna elettorale sempre più affollata, Bossi riesce a portare la Lega dal 2,6 % del 1987 al 25,6 % nel 1996 in Lombardia, trasformando il voto di protesta in un partito di governo.
Gli anni di palazzo: ministro e vicepresidente
- 1994-1995: Ministro per le Riforme istituzionali nel primo governo Berlusconi.
- 2001-2004 e 2008-2011: Ministro alle Riforme, poi Ministro delle Infrastrutture, portando la pace fiscale e il federalismo sul tavolo di Palazzo Chigi.
- 1994-2006: Senatore a vita dal 1992 e infine Presidente del Senato per due legislature.
In questi ruoli, Bossi è il principale artefice del decreto-legge 68/2011 sul federalismo fiscale, che assegna maggiori risorse alle Regioni virtuose — una rivoluzione copiata in Europa.
L’uomo dietro al leader: passioni, malattie e ironia
A dispetto dell’immagine burbera, Bossi era un cultore di poesia romantica (Leopardi e Ungaretti su tutti) e un appassionato di bicicletta. Colpito da un ictus cerebrale nel 2004, si è ripreso in pochi mesi tornando al lavoro con lo stesso piglio dirompente. «Non importa quante volte cadi, importa quante volte ti rialzi» è diventato uno dei suoi tormentoni preferiti.
La sua famiglia — la moglie Manuela Marrone e i figli Riccardo (consigliere regionale in Lombardia) e Renzo (imprenditore) — ha chiesto che i funerali si tengano in forma privata, «per evitare spettacoli indegni del suo spirito schietto». Le esequie solenni, presiedute dal cardinale Mario Delpini, arcivescovo di Milano, saranno celebrate sabato alle 10.30 nella Basilica di San Vittore a Cassano Magnago.
L’eredità politica: il federalismo oggi
Con la sua scomparsa, il federalismo italiano perde l’ultimo dei suoi padri fondatori. «Senza Bossi, la Lega non sarebbe mai esistita e il Nord non avrebbe ottenuto la metà delle autonomie di oggi» ha dichiarato il Presidente Meloni. Anche il segretario del PD, Elly Schlein, ha ricordato «un avversario rispettato, capace di scardinare gli equilibri nazionali con pochissime risorse ma tanta intuizione».
I numeri di un leader straordinario
- 9 legislature da senatore eletto.
- 7 volte ministro o sottosegretario.
- 2 referendum abrogativi vinti (1993 e 1995).
- 15 milioni di firme raccolte per la “Lega dei referendum”.
Il suo motto resta impresso nella memoria collettiva: «Prima i padani». Una frase che, amata o odiata, ha cambiato la geografia politica italiana per sempre.
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