Autonomia differenziata, De Luca (Pd) durissimo: «Rischio debiti iniqui e disuguaglianze Nord-Sud»
L’autonomia differenziata torna al centro del dibattito politico nazionale. Dopo la Conferenza Unificata che ha dato via libera a maggioranza alle intese preliminari con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, il Pd scende in campo con toni inediti. A scendere in prima linea è il deputato salernitano Piero De Luca, che accusa il governo Meloni di voler cambiare di fatto il modello di Stato senza consultare Parlamento e Regioni del Mezzogiorno.
Cosa è avvenuto nella Conferenza Unificata
Mercoledì 15 maggio, la Conferenza Unificata – organismo che raccoglie Stato e Regioni – ha espresso parere favorevole con 21 sì, 5 astenuti e 1 contrario sulle bozze di accordo preliminare che passeranno ora al vaglio di Governo e parlamenti regionali. Le intese, nate dalle richieste avanzate inizialmente da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017 e poi estese al Piemonte e alla Liguria, prevedono il trasferimento di competenze in materia di:
- Istruzione (scuole paritarie, edilizia scolastica, formazione professionale)
- Sicurezza urbanistica ed edilizia
- Trasporto locale e infrastrutture
- Tutela dell’ambiente
- Servizi sociali e politiche del lavoro
Il passaggio di competenze sarà accompagnato da risorse finanziarie perequate e da un monitoraggio annuale del ministero dell’Economia.
L’attacco di Piero De Luca: «Un disegno costituzionale senza confronto»
Il vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera, Piero De Luca, ha accusato l’esecutivo di voler «mettere in discussione, senza alcun confronto parlamentare, l’unità del Paese e il principio di solidarietà nazionale». In un’intervista rilasciata a Il Mattino, il parlamentare dem ha evidenziato tre criticità:
- Il rischio di debito differenziale fra Regioni, «perché alcune potrebbero indebitarsi autonomamente lasciando a carico dello Stato centrale le passività future».
- L’assenza di un’analisi costi-benefici transregionale, «necessaria per evitare squilibri Nord-Sud».
- La mancanza di un coinvolgimento del Parlamento attraverso una legge delega chiara, così come previsto dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.
Le reazioni di governo e maggioranza
Secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, «le intese rispettano pienamente la Costituzione e rafforzano l’autonomia di tutte le Regioni, non solo quelle del Nord». La Lega, tramite il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, ha parlato di «giornata storica» e ha auspicato l’estensione del meccanismo anche ad altri territori, «a partire dalla Campania se lo vorrà il presidente De Luca».
Cronologia e prossimi passaggi
- 2017-2018: Referendum in Lombardia e Veneto con oltre il 90 % di sì per l’autonomia.
- 2019-2023: Trattative in Conferenza Unificata e summit tecnici al Mef.
- 15 maggio 2024: Parere favorevole della Conferenza Unificata.
- Estate 2024: Voto dei rispettivi Consigli regionali e invio al Governo.
- Autunno 2024: Ratifica definitiva con Dpcm e decreto legge di conversione.
Potenziali impatti socio-economici
Secondo una stima dell’ufficio parlamentare di bilancio, l’implementazione delle 23 materie richieste complessivamente dalle Regioni firmatarie potrebbe comportare una riduzione delle entrate fiscali per lo Stato pari a 5,3 miliardi annui entro il 2030. Sul fronte delle spese, invece, le Regioni coinvolte si impegnano a investire almeno 500 milioni all’anno in edilizia scolastica e trasporti. Tutto resterà però subordinato al sistema di perequazione previsto: il fondo di ristoro nazionale sarà alimentato da una quota aggiuntiva dell’Iva che scatterà nel momento in cui il saldo di finanza pubblica subirà un peggioramento superiore allo 0,1 % del Pil.
Il confronto, insomma, è appena iniziato: se da un lato il governo rivendica rispetto della Costituzione e maggiore efficienza, dall’altro opposizione e associazioni meridionali temono un cavallo di Troia di nuove disuguaglianze. Nei prossimi mesi lo scontro politico si sposterà al Senato, dove il Pd ha annunciato l’intenzione di presentare una risoluzione per fermare il processo in assenza di una norma-quadro nazionale che garantisca standard uniformi e solidarietà interregionale.
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