Cassazione chiude il caso Jessica Sacco: respinto ricorso Procura su suicidio Ascea
La Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha posto la parola “fine” sul processo nato attorno alla morte di Jessica Sacco, la 22enne di Mandia – frazione di Ascea (SA) – che il 15 marzo 2015 si è tolta la vita gettandosi dal balcone dell’abitazione familiare durante un’accesa lite. Con l’ordinanza di rigetto del ricorso della Procura generale, la vicenda penale si chiude definitivamente senza nuovi processi per i familiari e il fidanzato, mai condannati in primo grado.
La tragedia di Jessica Sacco: ricostruzione dei fatti
La notte tra il 14 e il 15 marzo 2015, in una palazzina di via Roma a Mandia, Jessica Sacco – impiegata di 22 anni – salta dal balcone al secondo piano mentre in casa infuriava l’ennesima discussione tra il suo compagno e i genitori. Le indagini successive accertarono che la giovane soffriva di disturbi depressivi e che la lite aveva fatto da detonatore a un gesto estremo maturato nel tempo.
La Procura di Vallo della Lucania contestò ai familiari e al fidanzato il reato di istigazione o aiuto al suicidio, ipotizzando che le pressioni psicologiche esercitate su Jessica ne avessero facilitato il gesto. Il Tribunale di Vallo della Lucania, però, nel 2019 assolse tutti gli imputati: «fatto non sussiste». La Corte d’Appello di Salerno nel 2021 confermò le assoluzioni, ritenendo non configurabile il nesso di causalità penale tra liti domestiche e suicidio.
Il ricorso in Cassazione e la decisione finale
La Procura generale di Salerno insistette per un nuovo processo, presentando ricorso per cassazione sul presupposto che la sentenza d’appello avesse sottovalutato elementi psicologici e dinamiche familiari. Ieri, però, i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, ritenendo «infruttuoso l’appello alla giurisprudenza di merito» e confermando definitivamente le assoluzioni.
Le motivazioni: assenza del «dolo di indurre»
Secondo la Cassazione, manca la prova che genitori, fratello e fidanzato abbiano voluto o accettato il rischio del suicidio. Gli scatti d’ira e le tensioni, pur accertati, non integrano il «dolo di indurre» richiesto dall’art. 580 c.p. per il reato di istigazione al suicidio. La decisione mette la parola fine a sette anni di processi.
Impatti psicologici e sociali del caso
La vicenda ha acceso i riflettori sul tema della tutela della salute mentale nei piccoli centri. L’assenza di servizi psichiatrici territoriali a Mandia e la valenza collettiva del dramma hanno spinto il Comune di Ascea ad attivare, nel 2020, uno sportello di ascolto e prevenzione del suicidio, finanziato dalla Regione Campania. L’associazione «Jessica Vive», fondata dagli amici della ragazza, promuove iniziative di sensibilizzazione nelle scuole medie e superiori del Cilento.
Il legale della famiglia, l’avv. Maria Esposito</strong, ha dichiarato: «Siamo soddisfatti: la giustizia ha confermato che non vi sono colpevoli, solo una tragedia umana». Dall’altro lato, il pm titolare del ricorso, dott.ssa Luisa Ferraro, non ha rilasciato dichiarazioni, ma fonti interne alla Procura sottolineano come l’obiettivo fosse solo garantire «una valutazione complessiva del caso».
Cosa accadrà ora: risarcimenti e memoria
Con la sentenza di cassazione, non sono possibili ulteriori impugnazioni. La famiglia Sacco valuterà se proporre ricorso per danno da persecuzione giudiziaria, mentre l’amministrazione comunale ha già deliberato l’intitolazione di una foresteria per studenti alla memoria di Jessica, inaugurata lo scorso 15 marzo in occasione dell’anniversario.
Il caso resta, nel Cilento, un monito sull’importanza della prevenzione psicologica e sulla necessità di affrontare le dinamiche familiari con attenzione, perché «gesti che sembrano improvvisi – spiega la psicoterapeuta dr.ssa Anna Rinaldi – nascono spesso da anni di sofferenza non riconosciuta».
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