Maxi frode fiscale da 60 milioni a Salerno: 24 rinvii a giudizio nell’inchiesta “Blockchain”
L’inchiesta “Blockchain” svela una maxi evasione da 60 milioni di euro
Il Tribunale di Salerno ha chiuso un’importante tappa giudiziaria nel procedimento che ha portato alla luce una delle più vaste frodi fiscali degli ultimi anni. Con l’udienza preliminare presieduta dal Giudice per le udienze preliminari Brigida Cavasina, sono stati disposti 24 rinvii a giudizio per altrettanti indagati coinvolti nell’inchiesta denominata “Blockchain”, condotta dalla Guardia di Finanza salernitana.
L’indagine ha smantellato una presunta organizzazione criminale dedita alla frode fiscale su scala nazionale, con un sistema di false fatturazioni e utilizzo illecito dei crediti d’imposta che ha causato un danno erariale stimato in oltre 60 milioni di euro.
Il sistema dei crediti d’imposta e le false fatturazioni
Secondo la ricostruzione degli investigatori del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Salerno, l’organizzazione avrebbe messo in piedi un sistema fraudolento basato sull’emissione e sull’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, con l’obiettivo di abbattere artificialmente il carico fiscale e ottenere indebiti rimborsi IVA.
Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Salerno, hanno accertato l’esistenza di un’articolata rete di società “cartiere” – ossia prive di reale attività economica – che emettevano fatture per servizi mai resi o beni mai consegnati. Queste fatture venivano poi utilizzate dalle imprese “inglobate” nel sistema per abbattere il reddito imponibile e ottenere crediti d’imposta fittizi.
L’utilizzo della tecnologia blockchain per occultare le tracce
Il nome in codice dell’indagine – “Blockchain” – non è casuale. Gli inquirenti hanno infatti accertato che alcuni degli indagati avrebbero utilizzato strumenti tecnologici avanzati, inclusi sistemi di criptovaluta e piattaforme blockchain, per occultare i flussi finanziari e rendere più difficile la ricostruzione dei movimenti di denaro.
Tuttavia, proprio l’analisi di queste transazioni digitali – condotta con l’ausilio di periti informatici e specialisti in criptovalute – ha permesso di ricostruire le catene di riciclaggio e di identificare i veri beneficiari delle somme illecite.
Le accuse e i reati contestati
I 24 indagati rinviati a giudizio dovranno rispondere di una serie di reati gravi, tra cui:
- Associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale
- Evasione fiscale aggravata per importi superiori a 5 milioni di euro
- Fatturazione per operazioni inesistenti
- Riciclaggio di capitali illeciti
- Autoriciclaggio
Per alcuni degli imputati, la Procura ha chiesto anche il sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di oltre 30 milioni di euro, tra cui immobili, conti correnti, quote societarie e criptovalute.
Il ruolo della Guardia di Finanza e il prossimo processo
L’indagine è stata condotta con meticolosità dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Salerno, che ha analizzato migliaia di fatture, estratti conto, comunicazioni telematiche e transazioni criptovalutate. L’attività investigativa ha richiesto oltre 18 mesi di lavoro e ha coinvolto anche altre Procure italiane, in quanto il sistema fraudolento si estendeva in Lombardia, Lazio, Veneto e Campania.
Il processo dinanzi al Tribunale di Salerno avrà inizio il prossimo autunno, con una prima udienza fissata per ottobre 2025. Nel frattempo, la Procura ha già annunciato che potrebbero essere aggiunti nuovi capi d’imputazione a seguito di ulteriori accertamenti patrimoniali.
Un colpo importante alla criminalità economica
Il rinvio a giudizio dei 24 indagati rappresenta un colpo durissimo alla criminalità economico-finanziaria che da anni infesta il tessuto produttivo nazionale. Secondo il procuratore capo di Salerno, Giancarlo Novelli, “questa operazione dimostra che la magistratura e le forze dell’ordine hanno gli strumenti per contrastare anche le forme più sofisticate di evasione fiscale, compreso l’utilizzo improprio di tecnologie emergenti”.
L’inchiesta “Blockchain” si inserisce in una più ampia strategia di contrasto alle frodi fiscali avviata dal Ministero dell’Economia, che ha visto negli ultimi due anni un aumento del 35% dei sequestri patrimoniali per reati tributari.
Per le imprese oneste, questa vicenda rappresenta un monito: la lotta all’evasione fiscale non si ferma nemmeno davanti alle tecnologie più avanzate. E per i truffatori, un chiaro segnale: la magistratura è in grado di ricostruire anche le piste più complesse.
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