Michele Sindona: la morte avvelenata nel carcere di Voghera e il finale di un banchiere
Michele Sindona, il banchiere simbolo del crack finanziario che scosse l’Italia tra gli anni ’70 e ’80, spirò il 22 marzo 1986 dopo 56 ore di agonia. Due giorni prima, all’8.30 del 20 marzo, nel supercarcere di Voghera, quel caffè bevuto nella chiusura della sua cella fu letale. Pochi secondi dopo l’ingestione, l’uomo crollò sulla branda urlando: «Mi hanno avvelenato, mi hanno avvelenato!»
Il caffè letale e i primi soccorsi
I colletti bianchi del penitenziario, allarmati, allertarono immediatamente il medico di turno. Sindona fu trasferito d’urgenza all’ospedale Civicum di Voghera, dove i sanitari diagnosticarono una grave intossicazione da strychnos nux vomica, un potente veleno vegetale. Nonostante le manovre di rianimazione, le condizioni del banchiere precipitarono rapidamente: fu necessario il trasferimento in eliambulanza all’ospedale Maggiore di Milano, dove morì due giorni dopo, alle 7.50 del 22 marzo 1986.
Chi era Michele Sindona: dal patto con la P2 al crack del Banco Ambrosiano
Nato a Patti (Messina) il 8 maggio 1920, Sindona era considerato il banchiere dei banchieri. Negli anni ’60 e ’70 costruì un impero finanziario internazionale, controllando decine di istituti di credito e società di investimento. Il suo nome è legato a filo allo scandalo della Loggia P2 (Propaganda Due), la potente organizzazione massonica segreta guidata da Licio Gelli, e al crack del Banco Ambrosiano nel 1982, che costò la vita al presidente Roberto Calvi e determinò perdite per oltre 1.300 miliardi di lire.
Secondo l’accusa, Sindona avrebbe usato il Banco Ambrosiano come lavatrice per capitali illeciti, deviando fondi verso paradisi fiscali e finanziando operazioni coperte da Cosa Nostra. L’FBI e la Banca d’Italia accertarono frodi per oltre 400 milioni di dollari, mentre il Tribunale di Milano lo condannò a 25 anni di carcere per bancarotta fraudolenta e associazione per delinquere.
L’inchiesta sul veleno: la pista interna e la pista esterna
L’autopsia, eseguita dal professor Luciano Gennari dell’Università di Pavia, confermò la presenza di strychnina nel sangue e nell’apparato gastrointestinale. Le indagini si divisero in due linee:
- Pista interna: un secondino o un detenuto avrebbe introdotto il veleno nel caffè, approfittando della colazione in cella. Nessuna telecamera copriva il corridoio nel 1986.
- Pista esterna: servizi segreti, mafia e logge massoniche temevano che Sindona rivelasse nomi e operazioni sensibili durante il processo d’appello in corso proprio in quei giorni.
Il pool antimafia di Milano ipotizzò il suicidio indotto o l’omicidio politico, ma l’inchiesta si arenò per insufficienza di prove. Il 28 giugno 1986, il giudice istruttore Alberto Nobili archiviò il caso con formula dubitativa: “Morte violenta da accertare”.
Le polemiche e le teorie che durano da 38 anni
Da allora, storici, magistrati e giornalisti non hanno smesso di interrogarsi. Perché il caffè non fu analizzato subito? Perché le telecamere del carcere erano rotte da settimane? Perché il rapporto dell’Antimafia fu classificato “riservatissimo” per oltre un decennio?
Secondo l’ex pm Giancarlo Caselli, «Sindona conosceva troppo sul riciclaggio di capitali mafiosi e sul collegamento tra banche, servizi segreti e logge. La sua morte fu un tassello per far tacere un sistema». Di contro, l’ex direttore del carcere Franco Gritti sostenne fino alla fine che si trattasse di suicidio, per evitere l’ergastolo definitivo che sarebbe arrivato con la sentenza d’appello.
Il legacy di un crack che cambiò la finanza italiana
La morte di Sindona segnò la chiusura di un capitolo oscuro, ma anche l’inizio di una stagione di riforme. Il governo Craxi varò la Legge 82/1987 sulle intermediazioni finanziarie, rafforzando i controlli della Banca d’Italia e introducendo l’obbligo di autorizzazione per le holding bancarie. Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) fu potenziato per garantire i risparmiatori in caso di crack.
Oggi, a 38 anni di distanza, il supercarcere di Voghera è un istituto di mediana sicurezza, ma la cella No 44 dell’ala Alfa resta chiusa al pubblico. Ogni anno, studiosi e curious visitano il museo civico di Patti, dove è conservata la tazza da caffè trovata sul tavolo di Sindona, ancora sigillata dai Ris di Parma. Un oggetto semplice, ma simbolo di un mistero che ancora oggi divide magistrati, storici e appassionati: omicidio politico, suicidio indotto o semplice vendetta mafiosa?
La risposta, forse, è rimasta nel caffè freddo del 20 marzo 1986.
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